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INTERVISTA CON ANGELO DAVOLI
(a cura di Marinella Paderni) |
Introduzione
Un’acuta riflessione sull’ “immagine” del mondo contemporaneo pervade l’intera ricerca artistica di Angelo Davoli.
Mai come oggi il paesaggio segnala la temperatura del pianeta, debordante com’è di segni e di icone di un’umanità compressa tra egemonia tecnologica, smaterializzazione del reale e desiderio latente di un nuovo “umanesimo”. Il paesaggio antropico ha acquisito un suo ruolo specifico all’interno del progetto del mondo umano presente e futuro, diventando soggetto culturale e oggetto di rappresentazione artistica. Smarrito il suo valore di ideale estetizzante, oggi lo si percepisce come “testo” di lettura del presente, come “modello” strutturante del reale, la cui morfologia riflette le dinamiche geopolitiche e socioculturali del pianeta.
Agli occhi dell’artista, il paesaggio è luogo di ostensione dell’estetica postmoderna e territorio di verifica della fenomenologia del contemporaneo. Offrendo una visione metafisica del paesaggio industriale - simbolo della nostra cultura - Davoli attrae la nostra attenzione sulla “natura” di un mondo inscindibile dal dna dell’uomo contemporaneo, di cui le icone industriali sono una parte del bagaglio cromosomico.
Rappresentando particolari isolati di queste architetture - dettagli di silos, ciminiere e gru, interni di fabbriche - Davoli attua uno straniamento linguistico che lascia emergere altri elementi del loro sussistere e del loro interagire, come la bellezza recondita di volumi, geometrie e linee minimali calate nella morbidezza della natura o l’estetica dell’azione antropica. Attorniato da una natura estatica talmente incontaminata da sembrare “virtuale”, l’artista pratica un’opera di “umanizzazione” del paesaggio industriale e offre un’immagine simbolica del reale.
Di fronte ad una rapida metamorfosi dell’epidermide del mondo, anche il paesaggio industriale perde la sua vecchia connotazione di ambiente sfruttato, degradato e surclassato dall’era digitale, riposizionandosi allo stesso livello antropologico di altre espressioni culturali dell’esistente.
L'intervista
M.P.: Hai iniziato a dipingere architetture industriali in tempi in cui la pittura contemporanea s’occupava poco del paesaggio e delle sue problematiche. Cosa ne pensi di questo grande ritorno della pittura di genere e, in special modo, dell’attenzione rivolta ai siti industriali come riflessione artistica sulla contemporaneità?
A.D.: Ha sempre suscitato in me un forte interesse la rappresentazione dei luoghi e del paesaggio contemporaneo senza pormi particolari problemi di tendenze o mode, e questo non lo dico in tono polemico ma come dato oggettivo e riscontrabile.
Gli interessi nell’arte sono ciclici, era così nei secoli passati ed è così anche adesso, con la sola differenza che ora i tempi sono iperveloci.
Il fatto che ci siano artisti che portano avanti ricerche serie ed interessanti su queste tematiche, mi fa piacere perché conferma un “sentire comune” su questi temi. Poi c’è anche chi segue l’onda, ma questa è un’altra storia.
M.P.: Scegli la complessità delle architetture industriali - geometrie di tubi, silos, gru, ciminiere - per evidenziare una forma differente di bellezza, un’estetica “altra” priva di sensazionalismi e spettacolarizzazioni, aderente alla cruda morfologia del paesaggio antropico. Da cosa nasce questa scelta?
A.D.: Anche se la mia palese ossessione sono le architetture industriali, non mi ritengo solo un pittore di “industrial landscape”. Prendo a prestito queste geometrie perché ritengo rappresentino molto bene le forme architettoniche che, come hai ben definito, il paesaggio antropico sottopone al nostro sguardo.
Le strutture “usa e getta”, facilmente deteriorabili, senza futuro e quindi senza storia, sono emblematiche di certa architettura che caratterizza le nostre periferie e i nostri centri abitati, e metaforicamente rappresentano il lato oscuro della società capitalistica.
M.P.: Le tue opere hanno un diverso valore a seconda che tu contestualizzi le tue strutture industriali in mezzo ad una natura panica oppure contornate solo dal cielo e isolate dal resto del mondo. Che significato ha l’assenza o, all’opposto, la presenza dell’elemento naturale sottoforma di fronde, cespugli, boschi?
A.D.: Viviamo in un mondo di contraddizioni e di opposti che convivono in apparente equilibrio. Il “mio mondo” vuole essere una rappresentazione metaforica di tutto questo.
I miei “paesaggi” che stringono l’occhio ad una pittura di genere di fine Settecento, che ha “fatto pace” con il paesaggio, si trova ad ospitare ed a convivere con architetture fredde e usurate dal tempo.
Non sono d’accordo nel dare diverso valore ai miei dipinti in cui è assente l’elemento “paesaggio”. Lì infatti “l’opposto” è giocato più sul piano concettuale che su quello iconografico; la pittura, o meglio l’atto stesso del dipingere, contrasta e nello stesso tempo convive sulla tela con il soggetto. La “freddezza” della rappresentazione non è prodotta attraverso un processo “meccanico” come la fotografia, ma con “l’antica tecnica artigianale del dipingere”.
M.P.: In questa mostra riproponi, dopo anni, la tua ricerca sugli interni delle industrie con una particolare attenzione alla dimensione metafisica dello spazio. Rispetto agli esterni, in queste opere si avverte ancora di più la totale assenza dell’uomo, percepibile unicamente nella misura di “artefice” non visibile di un mondo di non-luoghi. Perché questa assenza? L’uomo ha perduto, nel bene e nel male, la sua centralità consentendo alla sua stessa opera di prendere il sopravvento (come nel film Matrix)?
A.D.: Il mondo che intendo rappresentare sia nel paesaggio, ma in modo ancora più forte negli interni, appartiene ad una dimensione “altra” rispetto a ciò che può essere una rappresentazione “mondana” della realtà. In una visione “olistica” del mondo il tutto, quindi anche l’uomo, è ovunque e, per continuare la tua citazione, appartiene alla stessa “matrice” del luogo della sua esistenza.
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