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"Dipinti"
(a cura di Enzo Santese)


Provincia di Udine
Assessorato alla Cultura


Città di Tolmezzo
Assessorato alla Cultura

Emilio Scanavino

Palazzo Frisacco
Città di Tolmezzo (UD)
10 novembre 2007 ... 12 gennaio 2008

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"Fluorescenza"
1956
olio su tela
cm. 160x200

Emilio Scanavino - olio su tela - "Fluorescenza" - 1956 -  cm. 160x200
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"Al limite della conoscenza"
1958
olio su tela
cm. 130x162

Emilio Scanavino - olio su tela - "Al limite della conoscenza" - 1958 -  cm. 130x162
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La materia pittorica e la poetica del segno di Emilio Scanavino (Genova 1922 – Milano 1986) registrano nei primi anni ’50 momenti di grande attualità e probante sintonia tra il suo linguaggio espressivo e l’informale di matrice europea. Soprattutto Bacon incide sulla sua poetica con diversi punti di contatto lungo il cammino evolutivo; l’impatto con l’opera dell’artista inglese si imprime nella memoria di Scanavino, che trascina quelle seduzioni nella realizzazione della sua ossessione sul moto ontologico del segno, caratteristico anche della fase matura della ricerca. Le opere della rassegna di Palazzo Frisacco a Tolmezzo tagliano trasversalmente più di trent’anni d’attività (‘50-’80), un periodo che registra risultati capaci di inquadrarlo nello scenario internazionale e distinguerlo immediatamente, per i tratti di un’originalità assoluta. Attento alle emergenze più significative della ricerca internazionale (Picasso ha un posto di privilegio in questo sguardo di ricognizione dell’esistente), è andato maturando una linea operativa che, attraverso successivi passaggi, dalle esperienze di intonazione espressionistica degli esordi è giunto alle varie modulazioni del segno, coniugato con una spazialità dai rilievi molteplici.

"Presenza"
1957
olio su tela
cm. 150x120

Emilio Scanavino - olio su tela - "Presenza" - 1957 -  cm. 150x120
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"Alfabeto senza fine"
1982
olio su tela
cm. 112x146

Emilio Scanavino - olio su tela - "Alfabeto senza fine" - 1982 -  cm. 112x146
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I primi Rituali e gli Alfabeti senza fine , temi ricorrenti nella sua produzione, si attestano, assieme ai “cifrari” di Giuseppe Capogrossi, alle origini dell’Informale in Italia: sulla tela il segno si fa protagonista di un racconto cadenzato in agglomerati di tracce, dentro ambiti carichi di suggestione per la dinamica dei pieni e dei vuoti. Per considerare criticamente il dato costitutivo e la consapevolezza creativa del pittore ligure, è ricco di diverse sollecitazioni il carteggio tra l’artista ed Enrico Crispolti, dove emergono i tratti di convergenza ma anche le differenze sostanziali con Wols, Mathieu, da una parte e, Bacon e Paolozzi, dall’altra. La ricerca di Scanavino non si ferma alla superficie dipinta, ma si amplia alla scultura, alla ceramica e alle arti applicate, con una grande messe di risultati che rimarcano il suo amore per la materia, testimoniato anche in pittura. Agli inizi degli anni ’60 si precisa il motivo del nodo e del groviglio, che diventerà realtà figurale drammatica e martellante in tutta la sua ricerca seguente. Il gesto governa una più sciolta manualità dentro contesti compositivi dove, lungo sipari bui, si scioglie la dinamica del tratto filamentoso dando effetto di risonanza al vuoto, in un’evocazione tormentata del silenzio. E’ la registrazione speculare di moti interiori ascrivibili ad una psicologia, in cui le ossessioni sono spesso le tracce portanti delle idee e degli atti che caratterizzano la quotidianità.

"Dall'alto"
1982
olio su tela
cm. 112x146

Emilio Scanavino - olio su tela - "Dall'alto" - 1982 -  cm. 112x146
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"Nascosto 2"
1968
olio su tela
cm. 150x150

Emilio Scanavino - olio su tela - "Nascosto 2" - 1968 -  cm. 150x150
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Da questo punto di vista, la pittura è una sorta di metafora esistenziale, un rimando alla condizione interna che si manifesta negli accadimenti epifanici di un’espressione, collocata in bilico tra logiche spazialiste e guizzi informali. L’immagine è governata da una tensione geometrizzante e rinvia talora all’allusione di elementi architettonici (porte, finestre, lunette), dai quali debordano tessiture di varia morfologia. Nella formazione dell’artista (ma anche nella maturazione dell’uomo) un ruolo centrale ha la frequentazione del Laboratorio di ceramica di Albisola, dove ha modo di venire in contatto diretto con l’opera di molti autori, tra cui Fontana, Sassu, Crippa, Dova, Baj, gli ex protagonisti del Gruppo Cobra, Asper, Jorn, Appel: una reale officina di idee e di realizzazioni, in cui si intrecciano amicizie, confronti, contiguità ideali e artistiche. Qualche anno più tardi (’67) compare il motivo del legamento e la geometria di fondo si muove fino alla definizione di quadrati liberi nello spazio (gabbie, loculi). C’è un’evoluzione anche nel segno, nell’assunzione dell’andamento lineare come un corpo autentico, una specie di oggetto che richiama filamenti di paglia, vimini, spago. E poi l’immagine sviluppa la morfologia del gomitolo, della legatura in dialettica relazione con le forme geometriche del quadro, che persistono, comunque, in una funzione gregaria rispetto alla centralità assegnata al groviglio. Lungo gli anni Settanta, Scanavino trascorre periodi sempre più lunghi nella sua casa di Calice Ligure, un rifugio adatto a trovare quella tranquillità che si riflette poi anche nella semplificazione del segno, raccolto in griglie o architetture geometriche; queste costituiscono lo stadio preliminare al concetto di oggettivazione della pittura.

"Traverse con tramatura"
1971
olio su tavola
cm. 150x150

Emilio Scanavino - olio su tavola - "Traverse con tramatura" - 1971 -  cm. 150x150
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"Ho costruito su un triangolo bianco"
1966
olio su tela
cm. 150x150

Emilio Scanavino - olio su tela - "Ho costruito su un triangolo bianco" - 1966 -  cm. 150x150
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Nel suo breve soggiorno a Roma, rinsalda amicizie con molti artisti e intellettuali e viene invitato, insieme ad Alik Cavaliere, alla Biennale di San Paolo del Brasile. I due artisti creano un’opera che fa discutere per i suoi contenuti di forte intonazione sociale e politica: l’installazione intitolata “Omaggio all’America Latina”, in onore dei martiri per la libertà dei popoli latino-americani; nove pannelli di legno dipinti a olio con innesti plastici di bronzo, argento e alluminio; divisi in 156 riquadri, secondo i moduli operativi dell’artista, contengono ognuno il nome di una persona misteriosamente scomparsa. Col procedere della ricerca il segno si allunga in un andamento nervoso, che fluttua verso una profondità misteriosa, quasi guidato, per una legge d’attrazione, da molteplici punti ai quali deve aderire nel suo tragitto. A volte ne nasce un andirivieni di fili, di fibre che avvolgono lo spazio come bozzoli o nervature scoperte di organismi, ingranditi al microscopio. L’immagine si caratterizza per una soluzione che sposta il centro dell’opera frammentandolo in una serie di sequenze, che danno senso geometrico alla composizione. Il grafismo interno, quello che costituisce l’ordito delle presenze sempre più spesso evocatrici di realtà riconoscibili, si accentua in un’accelerazione dinamica. Alfabeti ideogrammatici sono impegnati a significare uno spazio solitamente teso alle tonalità del nero e del grigio, ma non mancano le aperture al rosso, al blu e alle terre.

"La punta"
1975
olio su tela
cm. 80x80

Emilio Scanavino - olio su tela - "La punta" - 1975 -  cm. 80x80
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"Lunare"
anno
olio su tela
cm. 100x100

Emilio Scanavino - olio su tela - "Lunare" - anno -  cm. 100x100
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Il rilievo pare talora addensarsi in accenni materici per poi acquietarsi in stesure piane, che acquistano corpo nella sottolineatura dei volumi, nella spinta allusiva alla tridimensione. “Pur nella serrata consequenzialità di un discorso estremamente coerente, - afferma Carlo Pirovano - sembra possibile individuare lungo lo scorrere degli anni un lento, graduale processo di alleggerimento dell’oppressione spaziale e un allentamento della morsa costrittiva, dei legamenti, dei lacci; se nelle tramature degli anni settanta il rapporto fra i fili e i supporti geometrici è indefettibile, invasivo e quasi asfittico, nelle composizioni degli ultimi anni l’aria ritorna a circolare fra gli elementi figurali; i filamenti si sono fatti più rigidi con più spiccata consistenza oggettuale (più volumetrici e plastici, quasi monumentali talvolta), si dispongono in un autonomo assetto tridimensionale e possono perfino prescindere dall’appoggio dell’elemento geometrico che si riduce spesso a puro accenno allusivo, quando addirittura non scompare totalmente oppure si mimetizza, si fa parte intrinseca della gabbia sequenziale dei filamenti stessi. E in questa descrizione della profondità emerge un elemento che possiamo considerare eccezionale nell’esperienza di Scanavino, che è quella di un’inusuale dialettica fra luci ed ombre in uno scenario diafano, sottilmente allucinato.” Il tutto favorito anche da bordate di luce che danno plastica evidenza agli elementi segmentati, trasformandoli in articolazioni pulsanti di improbabili organismi, con l’intelaiatura corporea esposta allo sguardo del fruitore, mentre il colore si carica spesso di fosforescenze e trasparenze.

Enzo Santese

 
 

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